giovedì 16 luglio 2026

L'inventario delle tre di notte


01:14.

Mi sveglio e mi ascolto.

Il cuore, per prima cosa. Batte storto stanotte, salta un colpo e poi corre a rimettersi in pari, come un bambino che ha perso il passo nella fila.

Un giorno salterà quel colpo e non tornerà.

Lo so con la stessa certezza con cui so dove tengo le mani.

Faccio l'inventario.

Il ginocchio che scrocchia da quando avevo trent'anni. La cicatrice sul pollice che ormai non ricordo più come mi feci. Il dente in fondo che comincia a dolere quando fa freddo... piccole spie di un edificio che cede, una crepa alla volta, senza fretta, senza avvertire.

Non ho paura del Niente.

Ho paura di questa carne che mi porto addosso e che un pezzo per volta mi sta lasciando.

Tocco lo sterno al buio. Sotto ci sono organi che lavorano da soli, da sempre, senza chiedermi permesso, e un giorno senza chiedermelo si fermeranno.

Non li ho mai ringraziati.

Che ingratitudine strana... amare qualcuno per anni e mai una volta il fegato, mai i polmoni che mi tengono in vita mentre penso ad altro.

Provo a stare fermo. A non pensarci.

Ma il corpo lavora da sé, di notte. Va avanti senza di me.

Fuori non c'è ancora luce.

Intreccio le mani sul petto, come si fa ai morti — ma le sento calde, e una stringe l'altra piano, per farle compagnia.

Lo fanno da sole.

Finché potranno.

Nifth

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