giovedì 16 luglio 2026

La tazza


Ti cerco nella maglia rimasta sulla sedia.
Ti cerco nella tazza che non lavo,
resta lì, con il tuo bordo,
con la tua bocca...
Ti cerco nell'interruttore
che accendo per nessuno.
Ti cerco negli angoli
dove la voce sbatteva e tornava.
Non c'è più il rumore che facevi respirando.
Non c'è più il peso.
Non c'è più il tuo freddo, che rubavi al mio.
E io imparo a stare in una stanza
diventata più grande
senza aver cambiato pareti.
Difetto anche in questo:
tengo il tuo posto apparecchiato,
ancora...
come se dovessi tornare a cena.
Stanotte non piango.
Passo un dito sul bordo della tazza,
il rossetto se n'è andato con te,
e non lo tolgo.

Nifth

La maschera che non si stacca


Chi sei, quando la stanza è vuota e nemmeno tu ti stai guardando?

Me lo chiedo con la faccia contro il cuscino.
Provo a togliermela, questa maschera.
Ci infilo le unghie sotto il mento, cerco il bordo...
non c'è un bordo.

È diventata pelle?
O è sempre stata pelle, e la faccia sotto me la sono inventata io?

Eppure anche adesso mi sorveglio. Mi correggo. Per chi?

Chi decide quale sono — io, o la parte che tengo in piedi da anni?
E se la tolgo e sotto non trovo un volto,
solo un'altra maschera, più stanca,
girata verso l'interno?

Dico il mio nome, piano.
Esce, ma non torna a dirmi che è mio.
E chi lo ascolta uscire — è ancora al suo posto?

Non lo so.
Non ho risposte, stanotte.
Ho solo il cuscino umido da un lato
e la domanda coricata accanto a me,
come un secondo corpo che non dorme.

Nifth

Ti immagino, e mi vergogno


Ti immagino, e mi vergogno di immaginarti — alla mia età, con questo corpo che scricchiola e queste mani che non trattengono più il caldo. Eppure ti frugo addosso lo stesso, sotto le lenzuola, nel punto preciso della schiena dove finiva la tua e cominciava la mia. Non è la carne che non si spegne. È la Fame. Mi credevo passato oltre, guarito, saggio... e invece basta il ricordo di un tuo profilo controluce e torno ragazzo che trema. Ti disegno addosso veli che non hai mai portato, ti slaccio un bottone che non c'è, e mi accorgo che desidero più l'attesa di te che te — perché te non ti ho mai avuta, e l'attesa sì, l'attesa è tutta mia. Ho paura di una cosa sola: che una notte questo desiderio se ne vada, e mi lasci qui, tranquillo, spento. Preferisco il tremore. Preferisco restare affamato e sveglio, con questa fame che non sazio e non voglio saziare, alla pace liscia di chi non aspetta più niente.

Nifth

L'inventario delle tre di notte


01:14.

Mi sveglio e mi ascolto.

Il cuore, per prima cosa. Batte storto stanotte, salta un colpo e poi corre a rimettersi in pari, come un bambino che ha perso il passo nella fila.

Un giorno salterà quel colpo e non tornerà.

Lo so con la stessa certezza con cui so dove tengo le mani.

Faccio l'inventario.

Il ginocchio che scrocchia da quando avevo trent'anni. La cicatrice sul pollice che ormai non ricordo più come mi feci. Il dente in fondo che comincia a dolere quando fa freddo... piccole spie di un edificio che cede, una crepa alla volta, senza fretta, senza avvertire.

Non ho paura del Niente.

Ho paura di questa carne che mi porto addosso e che un pezzo per volta mi sta lasciando.

Tocco lo sterno al buio. Sotto ci sono organi che lavorano da soli, da sempre, senza chiedermi permesso, e un giorno senza chiedermelo si fermeranno.

Non li ho mai ringraziati.

Che ingratitudine strana... amare qualcuno per anni e mai una volta il fegato, mai i polmoni che mi tengono in vita mentre penso ad altro.

Provo a stare fermo. A non pensarci.

Ma il corpo lavora da sé, di notte. Va avanti senza di me.

Fuori non c'è ancora luce.

Intreccio le mani sul petto, come si fa ai morti — ma le sento calde, e una stringe l'altra piano, per farle compagnia.

Lo fanno da sole.

Finché potranno.

Nifth

Drenaggio


Scrivo perché altrimenti resto sveglio a contare il buio.
Non è vocazione. È drenaggio.
Di notte il pensiero si gonfia, preme contro le costole, e se non lo verso da qualche parte mi allaga.
La penna è un taglio praticato per far uscire l'acqua nera.
Non scrivo per essere letto. Scrivo per non affogare da seduto.
Ogni frase che depongo è un mattone tolto dal petto.
Mi chiedono perché sempre a quest'ora.
Perché di giorno recito. Di notte no.
Di notte non c'è nessuno da rassicurare...nemmeno me.
E allora confesso. Ai fogli. Al soffitto.
Il vuoto non si riempie. Ma se gli parlo, per un po', tace.
Scrivere è tenere una candela con la mano stretta intorno alla fiamma.
Domani la parola sembrerà esagerata. Stanotte è l'unica cosa che respira.
Ho le dita sporche d'inchiostro e la coperta scivolata a terra.
Va bene così.

Nifth

domenica 12 luglio 2026

Il senso del giorno dopo....